IL REATO DI INGIURIA TRA LUOGO E NON LUOGO

“The Cube” è un film di qualche anno fa. Parla di persone intrappolate, che iniziano con l’ingiuriarsi in un crescendo di suspence dall’epilogo alquanto drammatico.

“Bouline” è un romanzo breve, incompleto, in cui altre persone – sulla falsariga della pellicola di cui sopra – a stretto contatto tra loro, passano dai convenevoli dell’intrattenimento della prim’ora al disperato tentativo di sopravvivere alla prigionia.

Gideon Fell, alias John Dickson Carr, è l’autore, nel 1935, della conferenza sull’enigma del delitto della camera sigillata che, qualche anno più tardi, ispirerà il più celebre “Dieci piccoli indiani”, capolavoro della letteratura gialla.

Che cosa hanno in comune queste tre tracce con l’argomento del presente articolo?

Il tema centrale è la “chiusura” dell’ambiente in cui si sviluppa l’interazione tra soggetti estranei: un’interazione che, da pacata e dialettica, può degenerare nell’invettiva e nella diffamazione.

Esiste un luogo che, ripetutamente, è stato oggetto dell’attenzione della Suprema Corte proprio con riferimento all’aspetto della diffamazione all’interno di un gruppo chiuso: il web.

Questo spazio si presta, infatti, per le sue caratteristiche, a diventare l’arena di discussioni e affermazioni spesso poco dialettiche e veritiere, ma offensive e falsate, schermate dalla certezza (invero sempre meno assoluta) dell’anonimato di un nickname di chi si trova aldilà del monitor.

A ben pensare, questo appare quasi come un paradosso. L’internet, e tutti i sistemi di comunicazione di massa come i c.d. “social”, dovrebbe essere l’esatto opposto di uno spazio chiuso e, anzi, di un luogo definito e circoscritto. Dovrebbe essere una sorta di “non luogo”, un metaspazio virtuale caratterizzato dall’assenza di confini, dalla pubblicità dei contenuti e dall’incontrollata loro diffusione.

In effetti, proprio questi ultimi aspetti hanno fatto dire al Giudice di Legittimità, che la lesione della reputazione, dell’onore e della dignità di una persona − compiuta attraverso il mezzo di pubblicità di un “social network” − integri una circostanza aggravante nell’applicazione del reato di diffamazione di cui all’art. 595 del Codice Penale.

Tuttavia, la Corte di Cassazione, nel corso del tempo, dal 2014 fino ad oggi, ha compiuto anche un ragionamento aggiuntivo e lo ha fatto attraverso alcuni passaggi delle sue sentenze. Questi passaggi, pur rappresentando semplicemente degli obiter dicta privi di valore di precedente vincolante, sono destinati ad influenzare inevitabilmente gli altri giudici, il legislatore, l’opinione politica: soggetti la cui consapevolezza è ben maturata negli ultimi tempi fino a definire nuove tipologie di reato come l’omofobia, il bullismo, lo stalking, il furto di identità e quant’altro.

La Corte, ad esempio, ha deciso che anche all’interno del gruppo chiuso di una bacheca on line o di una chat possa essere integrato il reato di diffamazione e non solo quello di ingiuria.

La diffamazione, infatti, si differenzia dall’ingiuria perché l’offeso non è necessariamente presente all’invettiva, ma lo sono terze persone presso le quali quest’ultimo gode di una rispettabilità consolidata nella comunità di appartenenza.

In passato, si sosteneva il contrario perché si affermava che − accettando di far parte di un gruppo di conversazione − tutte le persone si conoscessero e gli effetti lesivi della reputazione rimanessero circoscritti all’interno di un “bozzolo” (la suggestione del “cubo”, della “stanza chiusa”, della “boule”) in cui ci si poteva aggredire come in un ring. In altre parole, la vittima, eseguendo l’iscrizione al forum, perdeva il diritto alla tutela della propria dignità, restando in balia degli altri compagni di conversazione, fino alle estreme conseguenze: ciò proprio come nei tre luoghi chiusi della narrazione ricordati all’inizio di questo articolo.

Con l’ultima evoluzione giurisprudenziale, la Corte di Cassazione (sentenza n. 40083/2018) ha delimitato l’elemento soggettivo del reato di cui all’art. 595 alla consapevolezza di pronunciare una frase lesiva dell’altrui reputazione correlata alla volontà che venga a conoscenza di almeno due persone e non più di un uditorio indistinto di utenti del social network “(…) né l’eventualità che tra i fruitori del messaggio vi sia anche la persona a cui si rivolgono le espressioni offensive consente di mutare il titolo del reato nella diversa ipotesi di ingiuria”.

Il delitto di diffamazione può essere commesso anche all’interno di un gruppo chiuso di iscritti ad un social network non più soltanto tra un numero indeterminato di persone.

Le nuove tecnologie ci offrono innumerevoli possibilità, ma ci prospettano anche nuovi rischi.

La polizza di tutela legale DAS “Difesa Web” ci aiuta anche in questi casi.