LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI, MA QUANTO COSTA?

“La legge è eguale per tutti e tutti i cittadini hanno pari dignità; la giustizia è amministrata in nome del popolo”. Così, recitano gli articoli della Carta costituzionale italiana in tema di principi fondamentali dell’ordinamento giuridico.

La legge afferma che colui che intende far valere in giudizio un proprio diritto, ne deve anticipare le spese. Questo rappresenta il primo costo per l’accesso alla giustizia: intanto, si anticipano le spese e, solo successivamente, il giudice, in caso di vittoria, le rimborserà.

 

Cosa fare se non ho i soldi per pagare l’avvocato? 

Sempre la Costituzione, all’art. 3, precisa che è compito dello Stato rimuovere gli ostacoli materiali che limitano di fatto l’eguaglianza dei cittadini impedendo il pieno sviluppo della personalità umana.

Con l’abolizione delle tariffe e dei minimi tabellari (liberalizzazione ex decreto Bersani n. 223/06, convertito in legge n. 248/06), l’avvocato è in grado di concordare, con il cliente, il compenso professionale per l’attività giudiziale che dovrà svolgere. L’eventuale intesa raggiunta deve avere forma scritta. In mancanza, si applicano i parametri parcellari stabiliti periodicamente dal Ministero della Giustizia con decreto. L’ultimo decreto è il n. 55/2014. All’importo pattuito, devono essere aggiunti gli accessori di legge: rimborso spese generali del 15%, contributo previdenziale del 4%, I.V.A. del 22%. Il decreto prevede che il compenso sia liquidato per fasi. Con riferimento alle diverse fasi del giudizio, possono essere applicate delle maggiorazioni (fino al + 80%; + 100%; +20% per presenza di più parti aventi la stessa posizione processuale) ovvero delle riduzioni (fino a − 50%; − 70%).

 

Quanto costa fare causa a qualcuno?

Un avvocato risponderebbe: «Dipende». In effetti, è proprio così. Infatti, con l’ultimo atto del processo, il giudice determina non solo il compenso del professionista, ma anche le spese sostenute per svolgere l’attività difensiva. Il giudice, normalmente, condanna la parte soccombente a pagare tutte le spese processuali, comprese quelle della controparte. Una causa avventata, o mal impostata, può costare davvero tanto.

La norma costituzionale è molto importante perché tocca un aspetto fondamentale: non basta riconoscere diritti soggettivi ed interessi legittimi. Quando tali situazioni giuridiche vengono offese o violate, l’effettività delle stesse si misura anche dalla capacità del soggetto che ne è titolare di riuscire a difendersi in giudizio, facendo valere le proprie ragioni e ricevendo un’assistenza legale adeguata. Tutte le volte che ciò non avviene, tutte le volte in cui un privato cittadino è costretto a rinunciare alla difesa di una giusta pretesa o facoltà, in tutti questi casi l’ordinamento della Repubblica subisce una lesione alla propria effettività e il singolo soggetto non può dirsi tutelato.

In un processo le incognite sono numerose: non solo il fattore tempo, ma anche il fattore costo.

In Italia, è risaputo, i processi sono molto lunghi e a volte sono necessari molti anni prima di arrivare ad una sentenza definitiva. Per ragioni di garanzia, sia il processo civile che il processo penale sono composti da numerose fasi che da una parte assicurano il rispetto della legge e da un’altra rendono molto lungo e costoso intraprendere un contenzioso legale. Agire in giudizio implica dei costi anticipati e non tutti sono nelle condizioni sociali per poterli affrontare. Lo Stato assicura, in certi casi, il gratuito patrocinio, ma per tutti i restanti casi la tutela dei diritti ha un prezzo e, da sempre, ciò costituisce un problema.

Spese per notifiche e contributi fiscali, richieste di perizie e di consulenza tecnica, numero delle parti in causa, quantità delle prove da vagliare, valore della “posta” in gioco, complessità della pratica: queste ed altre variabili fanno “lievitare” i costi di una causa e, talvolta, la rendono antieconomica.

Le complicazioni, poi, sono dietro l’angolo. Infatti, mentre nell’ambito civile una persona può anche valutare di non agire in giudizio, rinunciando alle proprie ragioni –oppure, citata da altri, può decidere di non costituirsi all’udienza non nominando alcun difensore −nel processo penale, se si è imputati, si è obbligati a farsi assistere da un avvocato.

Bolli, tasse di iscrizione a ruolo, oltre alle spese obbligatorie per poter iniziare un processo. Bisogna sostenere un costo anche per chiuderlo: l’imposta di registro quando si arriva a sentenza.

Il principio generale è che “il compenso dell’avvocato è proporzionato all’importanza dell’opera” (art. 2, co. 1, decreto ministeriale n. 55/2014). In ogni caso di mancata determinazione consensuale dei compensi tra cliente e professionista, interviene un regolamento ministeriale che disciplina i parametri dei compensi spettanti all’avvocato in modo tale da salvaguardare il pregio, l’importanza e l’urgenza dell’attività prestata dal professionista incaricato. È bene ricordare, infatti, che, se da un lato occorre assicurare effettività al diritto e alla difesa anche per i meno abbienti, da un altro lato l’art. 35 della Costituzione tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni e stabilisce una correlazione tra remunerazione della prestazione professionale e quantità e qualità del lavoro svolto.

Ciò vale, in primis, per gli ordini forensi circondariali, che sono enti pubblici non economici a carattere associativo, dotati di autonomia organizzativa, patrimoniale e finanziaria e sono soggetti alla vigilanza del Ministero della Giustizia. In termini più ampi, tale aspetto vale anche per le altre professioni regolamentate in ordini e collegi professionali.

Ha fatto, quindi, ingresso, nel nostro ordinamento, in concetto di “equo compenso”: introdotto con legge per l’ordine dei giornalisti (legge 233/2012), ha conosciuto un’ampia applicazione da parte della giurisprudenza in tema di “abuso di posizione economica” nella disciplina dei contratti di subfornitura (legge 192/1998). Tale nozione è così confluita nell’art. 13 bis della legge professionale forense n. 247 del 2012 ai sensi del quale: “si considera equo il compenso (…)quando risulta proporzionato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, nonché al contenuto e alle caratteristiche della prestazione legale, e conforme ai parametri previsti dal regolamento di cui al decreto del Ministro della Giustizia (…)”.

Il 2 luglio 2019 è stato siglato il protocollo d’intesa tra il Guardasigilli Alfonso Bonafede e il Presidente del C.N.F., Andrea Mascherin, istitutivo del “Nucleo centrale di monitoraggio dell’equo compenso” a cura del Consiglio Nazionale Forense e disciplinante la corretta applicazione della normativa in materia di equo compenso per la professione forense. Questo protocollo è molto importante perché è suscettibile di interpretazione mediante estensione analogica. Pensato, infatti, per tutelare gli avvocati (iscritti all’albo) nei rapporti professionali in veste associata o societaria con imprese bancarie e assicurative e con imprese non rientranti nella categoria delle microimprese (“soggetti forti”), esso si presta ad essere interpretato anche a favore della clientela privata (“contraente debole”) soprattutto in tema di anticipazione delle spese della controversia.

Una menzione va fatta anche per quanto riguarda la sanzione per lite temeraria per chi agisce o resiste pretestuosamente in giudizio con malafede o colpa grave (art. 96 c.p.c.). Si tratta di una sanzione equitativamente determinata d’ufficio dal giudice in relazione sia alla necessità di contenere il fenomeno dell’abuso del ricorso al processo sia all’evoluzione della fattispecie dell’abuso di diritto da lite infondata.

 

Un esempio?

Promuovo una causa innanzi al Tribunale. Il valore della causa (rifacimento tegole del tetto, infiltrazioni acqua piovana) è di 5.500Euro. Per un giudizio in primo grado, arrivo a spendere 4.835,00Euro quasi il valore del lavoro che avevo commissionato all’impresa edile cui vanno aggiunti gli oneri fiscali (cassa forense, spese generali, I.V.A.) per un totale della fattura di 7.054,85Euro! Mi conveniva davvero fare causa?

A questa domanda, si può rispondere richiamando l’asterisco di cui sopra: “E se non ho i soldi per pagare l’avvocato? * Posso fare causa?”. La risposta è: certamente sì! Con la polizza di tutela legale DAS  che tiene indenne l’assicurato da ogni rischio connesso all’amministrazione della giustizia, tutelare i propri diritti è più semplice perché posso contare non solo su una rete di avvocati qualificati ed esperti per materia, ma ogni costo verrà sostenuto interamente dalla Compagnia, dall’onorario dell’avvocato, al perito, alle spese di giustizia, compresa (l’eventuale) soccombenza.