QUANTO DURA UNA CAUSA IN ITALIA? UN ELEFANTE DI NOME GIUSTIZIA

In Italia sono necessari più di 1200 giorni per concludere una causa civile in Cassazione, più di 800 per il secondo grado e oltre 500 in primo grado; un “record” che ci vede a livello europeo come uno dei Pesi con i tempi più lunghi per risolvere cause civili e commerciali.

 

Perché siamo il Paese con i tempi più lunghi per risolvere cause commerciali e civili?

 

“La cicala e la formica” è una famosa favola di Esopo che La Fontaine ci propone in questi termini: c’era una volta una cicala cui non piaceva né sudare né fare fatica; l’unica cosa che le piaceva fare era cantare tutto il giorno…

La morale ci insegna che, se si vuole arrivare preparati ad affrontare le difficoltà, è necessario impegnarsi in anticipo.

All’operosità della formica, che in estate lavora duramente per prepararsi alla cattiva stagione, si contrappone uno stato inerte, che attende con provvedimenti precari che i tempi migliorino senza una pianificazione di lungo periodo.

 

Quanto dura una causa in Italia? Qual è l’impatto a livello economico?

 

La cicala, talvolta, si trasforma in un elefante perché non solo demanda ai privati soluzioni che dovrebbero essere concertate a livello amministrativo, ma è anche lenta negli adattamenti e conserva privilegi e retaggi che sono ormai propri di un contesto passato.

La fuga dall’Italia degli investitori esteri è costata al PIL, da aprile 2019, ben 65 miliardi di titoli di stato. Tra le cause: instabilità politica ed incertezza del sistema giudiziario.

L’Analisi Economica del Diritto è una scienza nata in America nei primi anni Sessanta. Essa ha come obiettivo quello di studiare l’interazione tra la norma giuridica (la legge) e gli esiti economici che essa comporta secondo le valutazioni tipiche della matematica e della microeconomia. Particolare rilievo è dedicato, dai fautori di questa disciplina, al concetto di “efficienza” del dato normativo: a seconda di come viene “confezionata” una legge, l’impatto economico e sociale può essere diverso e gli effetti sul prodotto interno lordo possono variare significativamente.

Dalla lunghezza dei processi dipende quindi il PIL nazionale e la competitività del “Sistema Italia”. L’Italia è fanale di coda dell’Eurozona, preceduta solo dalla Grecia e dal Portogallo.

Un osservatore straniero in visita nel nostro paese, si era lasciato sfuggire questa affermazione: “Il tribunale, in Italia, è come l’ospedale: sai quando entri, ma non sai mai quando esci”. Ha rincarato l’affermazione un Attorney General statunitense (l’equivalente del nostro PM), visiting teacher, in una nota università italiana: “Strana cosa, la giustizia penale italiana: vai in carcere prima del processo e, poi, quando sei condannato, ti scarcerano”. Il riferimento è ovviamente al ricorso alla carcerazione preventiva, alla presunzione di non colpevolezza e alla depenalizzazione di molti reati tributari.

Condoni, deregulation, depenalizzazione di reati finanziari e ricorsi alle procedure di ADR (Alternative Dispute Resolution) sono i rimedi cui, a singhiozzo, la non troppo convinta classe politica nazionale ha fatto leva per tentare di erodere l’arretrato delle cause pendenti e rendere più appetibile l’investimento nel mercato domestico. Ad essi, si è aggiunta la c.d. prescrizione abbreviata e la legge Pinto del 2001 sulla durata irragionevole del processo e la possibilità di pretendere dallo Stato un risarcimento dei danni non solo patrimoniali.

Comparando il numero dei procedimenti penali pendenti “ultra annuali” in Cassazione nel periodo 2013-2017, si è assistito ad un aumento del + 7,0% nel 2015 − passando da 586 processi a 2.520 − che si sono nel 2017 fortunatamente ridotti a 405. Il numero dei giudici in Italia rimane uno dei più bassi dell’UE.

La Scuola neoquantitativa di Chicago (Coase, Calabresi, Friedman, Rockefeller), corrente di pensiero accademico che sviluppò l’analisi economica di cui sopra, monitorerebbe con prudente perplessità gli impatti – tra scienza e diritto, tra politica ed economia – di tali riforme: il rischio, infatti, è quello di indebolire il sistema giudiziario, facendo passare l’immagine di un’amministrazione della giustizia precaria, logorata, dove conviene eludere le norme in attesa di una successiva sanatoria, dove alla certezza della pena si sostituisce la certezza (o quasi) di uno “sconto” di giustizia in corso d’opera, che finisce per alimentare criminalità e insicurezza.

Cambiare continuamente le regole del gioco crea insicurezza e finisce per allontanare gli investitori stranieri che chiedono una cosa soltanto: stabilità.

 

Quali sono i numeri della giustizia in Italia?

 

Quattro anni per una causa civile: recupero crediti e vertenze condominiali i procedimenti più farraginosi. Per essere più precisi (Fonte: Ministero della Giustizia, 2019):

  • tre anni per i procedimenti in primo grado;
  • due anni per i procedimenti in appello;
  • un anno per i procedimenti in Cassazione.

Il primo impatto di tale lunghezza dei processi è sul PIL e sulla competitività del paese rispetto agli altri mercati. Un investitore è demotivato e indotto a scegliere un altro contesto: diversamente, dovrebbe allocare i costi di tali maggiori rischi sul prezzo finale dei beni e dei servizi che finirebbero, però, per risultare poco competitivi.

 

Quali sono le cause della lentezza della giustizia in Italia?

 

Complessità delle decisioni, complessità delle procedure e del numero delle prove producibili in giudizio, innumerevoli gradi di giudizio, pesanti arretrati accumulati negli anni, carenza di organico. Sembra un assurdo, tutto ciò, dal momento che l’accesso alla magistratura è un percorso così complesso che al concorso pubblico rinunciano molti giovani di talento e il numero degli avvocati in Italia fa del nostro paese il terzo in Europa quanto al rapporto professionisti-abitanti. Gli avvocati di Lazio e Campania sono più di quelli attivi nell’intera Francia!

“Causa giacente, causa rendente”, afferma un modo di dire diffuso tra i professionisti della parcella: la causa è un affare, più è lunga ed ingarbugliata più è vantaggiosa per i legali, che sono gli unici ad avere convenienza da questa attuale condizione. Ma è proprio vero, tutto ciò? In realtà, questa è un’impostazione miope ed obsoleta. Il “vero” legale è colui che consiglia il cliente nel modo migliore in termini costi-benefici e gli permette di prevenire i contenziosi anziché indirizzarlo in lunghe ed incerte battaglie processuali. Il fatto che il numero delle toghe italiane sia passato da 50.000 nel 1985 in tutta la penisola ad oltre 60.000 nel 2018 solo nel Lazio e in Campania, ci fa capire che la liberalizzazione della professione non è stata la scelta migliore e che gli avvocati hanno dovuto cercare nuovo lavoro creandolo da sé: alimentando il contenzioso, inventando risarcimenti e responsabilità, generando conflitti.

Passando in rassegna l’EU Justice Scoreboard 2019, il Rapporto Annuale del Commissario Europeo alla Giustizia Vera Jourova, a pag. 41, si osserva che: “The availability of legal aid and the level of court fees have a major impact on access to justice, in particular for people in poverty” e ancora che: “Easy access, sufficient resources, effective assessment tools and appropriate standards and practices that contribute to a high quality of justice systems”. In altre parole, specie per la classe media, che non può permettersi di gravare il bilancio familiare con eccessivi costi di giustizia, accesso agevolato, risorse idonee, disponibilità di strumenti digitali per la gestione dei tribunali ed incentivi finalizzati ad optare per sistemi alternativi di risoluzione delle dispute, contribuiscono ad assicurare un appropriato standard di amministrazione della giustizia.

A ben vedere, questi parametri e questi valori vengono oggi integrati appieno dalla polizza di tutela legale DAS: un importo di premio accessibile, che permette di rispondere alle specifiche esigenze di ciascuno con la tranquillità di una copertura totale per qualsiasi tipologia di controversia.