MERCATO DEL LAVORO: PERCHÉ SEMPRE PIÙ LAUREATI ITALIANI EMIGRANO ALL’ESTERO

L’Italia si svuota.

Il fenomeno dei laureati e dei ricercatori universitari che migrano all’estero e la mancanza di opportunità per studenti meritevoli, che si sono formati nelle scuole italiane, ha dimensioni notevoli e preoccupanti. “Il Sole 24 ore” ha stimato che, nel decennio 2010-2020, l’Italia perda circa trentamila ricercatori.

L’Istituto Nazionale di Statistica (rilevazione: giugno 2019) osserva che: “La partecipazione al mercato del lavoro (…) ha risentito della crisi economica che, soprattutto tra il 2008 e il 2013, ha arrestato il trend positivo degli anni precedenti e condizionato la ripresa in quelli successivi. Nel 2018 la quota di famiglie con almeno un occupato (81,7%) torna tuttavia ad avvicinarsi al livello del 2008 (82,3%)”.

Per molte famiglie italiane, l’istruzione di un figlio è un costo che viene visto legittimamente come un investimento per il (suo) futuro. Ma il mercato del lavoro (domestico), ripaga sempre i costi di tale percorso scolastico?

Nel 2016, in Italia, la spesa pubblica per “consumi finali in istruzione” era il 3,4% del PIL (ultima rilevazione; fonte: Istat, Noi Italia, 2019). Nel 2018, è salita al 27,8% la quota dei 30-34enni che hanno conseguito un titolo di studio universitario.

Sempre più laureati italiani se ne vanno all’estero. Il saldo migratorio (2016) registra una perdita di circa 10 mila “cervelli”. Gli espatri sono triplicati in meno di dieci anni. Perché?

Elevato cuneo fiscale per le imprese, mancanza di ricambio all’interno della classe dirigente, carriere accademiche non sempre meritocratiche, sistema politico di stampo non riformista, le principali ragioni.

Il rapporto dell’Istat è allarmante: dal 2012 ad oggi, il tasso migratorio risulta quasi raddoppiato (Fonte: Il Sole 24 Ore, 10.05.2018). La globalizzazione dei mercati induce i giovani più qualificati ad investire il proprio talento all’estero. Questo accade perché nei paesi stranieri sono maggiori le opportunità di carriera e di retribuzione.

Alcuni dati. I numeri diffusi dall’Istat evidenziano che: Italia in recessione demografica; 1,8 milioni di famiglie in condizioni di indigenza assoluta; nel secondo trimestre del 2019 nuova contrazione del PIL; in 10 anni, 876 mila occupati a tempo pieno in meno.

L’indagine campionaria sull’inserimento professionale dei laureati, condotta dall’Istituto Nazionale di Statistica, ha predisposto un nuovo parametro indicatore della qualità della vita e del benessere sostenibile in un paese industrializzato: la capacità di trattenere i talenti rispetto a quanto è stato speso per formarli. Ne esce un quadro pessimo. Il nostro Paese spende circa il 4% del PIL per l’intero ciclo di istruzione dei suoi cittadini, quasi 69 miliardi di Euro, e non riesce ad evitare l’emorragia dei talenti.

In economia, si parla di fuga del capitale umano (“brain drain”). L’espressione evoca – al pari dei capitali – il disinvestimento economico da contesti poco favorevoli all’impresa: l’effetto, nel lungo periodo, è il declino culturale, tecnologico, produttivo e professionale del paese dal quale avviene la fuga. La conseguenza ulteriore è che il tentativo di rilancio diventa difficile poiché il ricambio della classe docente risulta rallentato.

Come è stato scritto molto lucidamente dall’Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani, il rischio è quello di una cesura netta tra “cervelli in fuga” – che scelgono di migrare all’estero vanificando l’investimento scolastico nazionale – e “cervelli in gabbia” – che rinunciano ad opportunità di crescita professionale pur di non migrare all’estero. L’ISFOL, l’Ente di ricerca sui temi della formazione, delle politiche sociali e del lavoro, chiarisce che la mobilità geografica di laureati e ricercatori non è necessariamente un problema o un aspetto negativo perché è indice di un mercato sempre più trasversale ed internazionale in cui le risorse e il capitale umano si spostano e interagiscono con le molteplici fonti di ingaggio che si vengono a creare. Il fenomeno diviene critico quando, come in Italia, la mobilità assume un profilo unidirezionale, unicamente in uscita, con il rischio di depauperamento delle intelligenze disponibili sul territorio domestico. Scrive l’ISFOL sull’argomento: “Rispetto alle alte economie avanzate, in Italia, dove minore è l’investimento in capitale umano e ridotta la sua valorizzazione sul mercato del lavoro, si osservano processi migratori di persone altamente istruite: a spostamenti verso altri sistemi economici (stranieri) si affiancano percorsi di mobilità sul territorio italiano sostanzialmente diretti dal Sud verso il Nord”.

Il quotidiano “La Repubblica”, ancora 10 anni fa, aveva valutato in 4 miliardi di Euro la perdita italiana in termini di mancata registrazione di brevetti industriali per nuove invenzioni. L’analisi è stata condotta in modo molto interessante. È stato stimato il valore commerciale del deposito di centocinquanta domande di brevetto inoltrate presso agenzie straniere di certificazione da parte di ricercatori italiani residenti all’estero. Se questi inventori avessero lavorato in Italia, avrebbero richiesto nel nostro Paese le corrispondenti privative, che sarebbero state utilizzate in modo esclusivo dagli operatori economici italiani contribuendo così all’incremento del prodotto interno lordo.

Occorre osservare, tuttavia, un aspetto sottovalutato dalle ricerche di settore su questo tema. Non a caso, uno studio condotto qualche tempo fa era stato intitolato “La crema e il latte”. L’espressione era stata usata per intendere che, all’estero, non migra solo l’élite (la crema) dei cattedratici universitari, ma anche una categoria di ricercatori “sotto la media” (il latte, appunto) ossia con minori titoli o pubblicazioni all’attivo. In sintesi, vanno all’estero sia coloro che risultano essere molto bravi perché reclutati dagli atenei, dai campus e dalle imprese in grado di garantire loro – rispetto al nostro mercato domestico – remunerazioni più elevate e percorsi di carriera più rapidi, ma migrano anche coloro che sono “meno bravi” perché non hanno trovato un ingaggio definitivo o non si sentono valorizzati nel nostro Paese e tentano di cogliere le migliori opportunità di reclutamento dei mercati stranieri caratterizzati da una maggiore flessibilità del lavoro e delle politiche occupazionali.

Un auspicio, per concludere: il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, la Direzione generale per le politiche attive e passive del lavoro, nonché il Fondo Sociale Europeo hanno materiali e spunti in quantità per organizzare un’agenda politica di formazione e di occupazione che valorizzi la mobilità geografica delle risorse in modo perequato all’interno dell’intero spazio comune europeo dimodoché essa non sia un semplice flusso migratorio di convenienza, ma il risultato di un contesto economico e sociale capace per davvero di assicurare a tutti le migliori condizioni possibili.