INFORTUNI E MALATTIE PROFESSIONALI 2018: DI LAVORO (NON) SI MUORE, PERCHÈ DI PRECARIETÀ (NON) SI VIVE

Di lavoro si muore, perché di precarietà si vive.

È lo slogan riportato su di uno striscione di protesta durante una manifestazione di lavoratori.

L’occasione era quella del Workers’ Memorial Day, la giornata evento che si celebra ogni anno in questo periodo.

Tale refrain mette bene in evidenza la correlazione infausta che intercorre tra gli infortuni e le malattie professionali sul luogo di lavoro e l’insicurezza ed instabilità delle maestranze, che alimenta una tale condizione. Se la forza lavoro viene indebolita da contratti vacillanti, se il contesto lavorativo è reso instabile da siti industriali e produttivi improvvisati, le tutele vengono meno e gli incidenti mortali aumentano in modo esponenziale.

A livello mondiale, si tratta di una piaga sempre aperta, paragonabile alle grandi pestilenze medioevali: il sud dell’emisfero, governato (anzi, non governato affatto) da logiche speculative, dall’assenza di diritti civili, dall’egoismo delle grandi potenze mondiali, piange non soltanto i morti delle guerre civili, ma anche coloro che lavorano per vivere e che finiscono troppo spesso per vivere (e anzi morire) di solo lavoro. Il pensiero corre, ad esempio, alle miniere a cielo aperto della Nigeria, dove bambini di otto anni sono sfruttati quattordici ore al giorno per setacciare la terra ed estrarre i preziosi minerali con cui si fabbricano le pile dei cellulari di ultima generazione. Sangue innocente, che inzuppa i circuiti stampati dei nostri applicativi smart. Il prezzo del benessere è ormai un prezzo troppo alto da accettare.

Passando dalla geopolitica al contesto europeo e al caso italiano, lo scenario è completamente diverso, ma i dati dell’Istat e dell’Inail ci inducono comunque a formulare un’attenta riflessione. Per una loro corretta interpretazione, è sempre indispensabile non trascurare (oltre alle denunce) gli esiti delle definizioni amministrative (positivi, negativi e in istruttoria) oltre al c.d. “numero oscuro degli infortuni”, ossia la quantificazione ipotetica dei casi accaduti, ma non dichiarati.

Le denunce pervenute al 31.12.18 per infortuni sul lavoro avvenuti nel periodo gennaio – dicembre 2018 sono state 641.261, quasi 6 mila in più ( + 0,9%) rispetto ai 12 mesi del 2017 (635.433).

Le denunce d’infortunio per modalità di accadimento per il periodo gennaio – dicembre 2018 sono così ripartite (Fonte: Inail Open Data, tabelle mensili, dati rilevati al 31/12 di ciascun anno): aumentano i casi di infortunio in itinere nel percorso casa-lavoro-casa, che hanno fatto registrare un incremento del + 2,8% (da 95.849 a 98.518); nel complesso, l’81,8% dei casi riguarda infortuni sul luogo di lavoro di cui il 51,3% (dato alquanto allarmante) con esito mortale. Sono, invece, mediamente 2.500 le denunce di incidente per giorno lavorativo. Gli esiti mortali del 2018 hanno superato quelli del 2017 (1.133 a fronte dei 1.029): si può rilevare che il 2018 si è caratterizzato per un maggior numero di incidenti “plurimi”, causanti la morte di due o più lavoratori nello stesso evento (tra cui il crollo del viadotto Morandi a Genova, due incidenti stradali in Puglia con 16 braccianti deceduti. Fonte: ibidem supra). Aumentano anche le malattie professionali: protagoniste dell’aumento, le patologie muscolo-scheletriche (36.637 denunce) e le tragedie degli incidenti plurimi.

Con il termine “incidente plurimo”, l’Istat intende quei fatti che vedono coinvolti contemporaneamente due o più lavoratori a causa di un unico evento disastroso (mortale o incidente). È interessante notare che il triste primato di tale tipologie di incidenti è detenuto dall’industrioso Nord-est / Nord-ovest (31,8% e 29,6% di cui 24,1% e 26,9% mortali) dove le condizioni di lavoro dovrebbero essere più sicure ed avanzate a fronte di un sud con percentuali allineate al 13,2% (di cui 22,8% mortali). Purtroppo, in tale ultimo caso, molto dipende anche dall’incidenza di quel “numero oscuro” di cui si scriveva sopra e dal fatto che in tali territori è molto diffuso il lavoro occasionale a chiamata (“in nero”).

Tra le malattie professionali riconosciute come rilevanti per agente causale (anno 2017), si segnalano: lavoro sistematico ripetitivo (32,9%), vibrazioni rumori immissioni (17,2%), sollevamento carichi pesanti lavori usuranti (16,8%), posizione di lavoro (6,2%). (Fonte: Ministero del Lavoro, Rapporto Mercato del Lavoro 2018, 25.02.2019).

Il Ministero del Lavoro, in concerto con Istat, Inps, Inail e con l’Associazione Nazionale Politiche Attive del Lavoro, ha pubblicato un rapporto (25.02.2019) che fa riferimento alla situazione occupazionale al 31.12.2017. Il dossier parla espressamente di “sottoutilizzo della forza lavoro” e testualmente recita: “ (…) Con un tasso di disoccupazione all’11,7%, l’Italia si colloca al terz’ultimo posto nella graduatoria UE (media europea: 7,6%). Se si considera il tasso di mancata partecipazione, che oltre ai disoccupati tiene conto delle forze lavoro potenziali disponibili a lavorare, il divario dalla media europea sfiora i dieci punti. Nel complesso, nel 2017, la forza lavoro non utilizzata potenzialmente impiegabile nel sistema produttivo ammonta a circa 6 milioni di individui (2,9 milioni di disoccupati e 3,1 milioni di forze lavoro potenziali)”.

Ancora più drammatica è la conclusione. “ (…) Un investimento in istruzione, che non trova adeguato sbocco lavorativo, può comportare la decisione di migrare all’estero. Tra i dottori di ricerca del 2014 occupati, il 18,8% vive e lavora all’estero a quattro anni dal conseguimento del titolo; per essi si riscontra una maggiore conformità tra la professione svolta e gli studi dottorali”.

Lavoro e salute costituiscono due sfide nevralgiche per il futuro prossimo dei governanti: come si saprà coniugare queste due esigenze strategiche con politiche attive concrete rappresenta il fulcro di una ricetta, che è ancora in parte da scrivere.